Crisi idrica, gestione Acea e futuro dell’inceneritore di Roma: richiesta tutela per i laghi di Albano e Nemi

I laghi di Albano e Nemi continuano a registrare un progressivo abbassamento del livello delle acque. La Commissione Ambiente di Albano Laziale già a novembre aveva segnalato criticità nella gestione del servizio idrico. Al centro del dibattito: perdite di rete, tariffe, consumo di suolo e captazioni. Proposte misure per una maggiore trasparenza e una revisione delle normative di settore. In discussione anche l’impatto del futuro inceneritore di Santa Palomba sul sistema idrico

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Credit foto: Rete Tutela Roma Sud

La crisi idrica nei laghi dell’area metropolitana di Roma preoccupa anche Albano e Nemi dove da oltre vent’anni si registra un costante abbassamento dei livelli dell’acqua. Se ne è parlato lo scorso 31 marzo durante la seconda audizione della Commissione Tutela del Territorio del Consiglio regionale del Lazio, presieduta da Nazzareno Neri, con la partecipazione di sindaci e associazioni.

A differenza di Bracciano – dove la captazione da parte di Acea ha avuto un impatto diretto prima dello stop nel 2017 – per Albano e Nemi il calo è legato soprattutto all’aumento del consumo idrico.

L’Autorità di bacino dell’Appennino centrale ha – spiega una nota della Commissione regionale – annunciato due interventi sul lago di Albano entro il 2026, mirati alla mitigazione del dissesto idrogeologico e alla raccolta delle acque piovane. Ma la percezione, condivisa da tutti i sindaci presenti, è che serve anche una revisione delle normative sulle concessioni, considerate sfavorevoli per i comuni lacuali rispetto a quelli costieri.

Durante l’audizione è stata poi proposta una cabina di regia regionale per il coordinamento degli interventi, mentre la consigliera Alessandra Zeppieri ha ribadito la necessità di fermare il consumo di suolo nei territori fragili. Critiche anche da Adriano Zuccalà, che ha sottolineato le incoerenze tra le preoccupazioni espresse e alcune iniziative legislative in tema urbanistico.

Il presidente Neri, infine, ha annunciato che una prossima audizione sarà interamente dedicata ai laghi di Albano e Nemi.

Presente in audizione, il sindaco di Albano Laziale Massimiliano Borelli ha sottolineato l’importanza del confronto tra amministrazioni e tecnici. “Con i colleghi sindaci – dice – grazie anche all’intervento del dottor Casini dell’Autorità di Bacino, abbiamo affrontato i temi più delicati: dalle perdite idriche alla captazione dai pozzi, fino agli effetti del cambiamento climatico”.
“Sono stati individuati interventi mirati per garantire la stabilità dei livelli dei laghi e della falda, tenendo conto dell’assetto idrogeologico. Per la prima volta, dopo anni di discussioni, arrivano risorse economiche dedicate proprio a questo scopo”, prosegue.

Borelli ha poi evidenziato l’opportunità di una strategia condivisa con gli altri comuni dell’area metropolitana: “La presenza dei sindaci di Trevignano Romano, Anguillara Sabazia e Bracciano ci spinge a creare un tavolo di confronto stabile, utile a individuare soluzioni concrete e intraprendere azioni coordinate.”

Crisi idrica e inceneritore di Roma

“In audizione ha trovato il sostegno delle istituzioni una nostra proposta di tutela della risorsa acqua: la riduzione delle perdite e la conseguente chiusura dei pozzi, soprattutto quelli vicini ai laghi”, commenta Rete Tutela Roma Sud.

Secondo i dati presentati, i 76 pozzi dei Castelli Romani coprono il 38% dell’approvvigionamento per 350mila abitanti, ma un miglioramento dell’efficienza potrebbe liberare fino a 15 milioni di metri cubi d’acqua all’anno, restituendoli alla falda.
La Rete, poi, critica anche all’ipotesi di nuove captazioni per alimentare il futuro inceneritore, definito idroesigente e potenzialmente dannoso per gli equilibri idrici del territorio.
“Stiamo attenti alle proposte interessate di Acea di prelevare l’acqua altrove per portarla ai Castelli, Ardea e Pomezia, perché servono a risolvere il principale problema dell’inceneritore e a sottrarre le nostre falde ai controlli che vengono effettuati abitualmente per le acque destinate al consumo umano”, scrive Rete Tutela Roma Sud.

Le proposte di Albano Laziale

Già lo scorso 8 novembre, la Commissione Ambiente del Comune di Albano Laziale aveva inviato una segnalazione ad enti e istituzioni sulle criticità del servizio idrico integrato da parte di Acea.

Secondo il documento, nei Comuni dei Colli Albani si registrano turnazioni sempre più frequenti nell’erogazione dell’acqua potabile, accompagnate da un drastico calo del livello dei laghi e da bollette in costante aumento. Il caso di Albano Laziale, gestito da Acea Ato 2, per la Commissione Ambiente del Comune è emblematico: quasi il 50% dell’acqua immessa in rete si disperde a causa di perdite strutturali. A questo si aggiungono la scarsa trasparenza nelle scelte manutentive e nei costi applicati agli utenti, alimentando il malcontento della cittadinanza. L’analisi degli interventi effettuati tra il 2018 e il 2023 mostra oltre 2.300 riparazioni concentrate in poche strade, spesso ripetute più volte negli stessi punti. Un dato che evidenzia la gravità del degrado infrastrutturale. Secondo il documento, poi, non basterebbero interventi tampone: servirebbe una sostituzione radicale della rete per fermare la dispersione e garantire un servizio idrico davvero efficiente e sostenibile.

Questa logica, oltre a gravare sulle bollette, comporterebbe effetti negativi anche sulla spesa pubblica degli enti locali: i continui rattoppi, infatti, accelerano il deterioramento del manto stradale, rendendo necessarie ulteriori spese per la manutenzione urbana. Sul documento della Commissione Ambiente di Albano Laziale, inoltre, si legge come gli attuali indicatori di qualità previsti dalla Delibera ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) 477/2023/R/IDR non risultano sufficienti a garantire una reale tutela della risorsa idrica. Anche il sistema tariffario, che non incentiva la riduzione dei consumi — tra i più alti in Europa — si dimostra inefficace nel promuovere pratiche virtuose come il recupero e il riutilizzo dell’acqua. Particolarmente critico sembrerebbe essere l’aspetto della redistribuzione dei costi. In presenza di perdite superiori al 10-15%, nel documento si suggerisce che i profitti del gestore dovrebbero essere reinvestiti nel risanamento della rete, per evitare un “azzardo morale” che scarica l’inefficienza sul cittadino, sia come utente attraverso le tariffe, sia come contribuente attraverso la fiscalità generale.

La Commissione Ambiente di Albano Laziale, quindi, ha chiesto alle istituzioni di riformare radicalmente il sistema di gestione idrica, in risposta alla crisi che colpisce il Lazio. Chiede, poi, maggiori strumenti di controllo per gli enti locali, trasparenza sui dati di rete e tariffe più eque, che non scarichino sui cittadini i costi delle inefficienze gestionali.

Tra le proposte chiave:

  • pubblicazione annuale dei dati sugli interventi di rete e invio agli utenti;
  • obbligo per il gestore di farsi carico dei costi se le riparazioni falliscono entro cinque anni;
  • possibilità per i Comuni di produrre autonomamente acqua senza oneri aggiuntivi;
  • spostamento dei costi fissi verso la tariffa a consumo per incentivare il risparmio.

La Commissione chiede anche all’Autorità del Bacino dell’Appennino Centrale di valutare la chiusura dei pozzi nei pressi dei laghi Albano e Nemi, ormai in drammatico calo, e di fissare obiettivi vincolanti per la riduzione delle perdite idriche nell’Ato 2.

Nel mirino anche il progetto di ammodernamento dell’acquedotto Peschiera, accusato di compromettere l’equilibrio dei fiumi. Si chiede all’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) di verificare eventuali privilegi del Comune di Roma nella gestione Acea e all’AGCM e al MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) di valutare la legittimità della fornitura idrica all’inceneritore di Santa Palomba, mentre le abitazioni limitrofe restano escluse dalla rete. Infine, si propone una riforma nazionale del settore idrico, in linea con il referendum del 2011, che preveda il reinvestimento degli utili per ridurre le perdite sotto il 15% e l’istituzione di un gestore pubblico nazionale. Secondo il documento, infatti, i profitti odierni derivano da mancati investimenti e mancanza di tutela ambientale: servono responsabilità chiare per il prosciugamento di laghi e fiumi.

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